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Numero 3(83)
L’UE introduce sanzioni contro le merci statunitensi

    Per la prima volta nella storia dei rapporti commerciali, l’Unione Europea, dal 1 marzo, ha applicato sanzioni commerciali contro le merci americane, in conformità al verdetto del WTO sull’incompatibilità delle preferenze del Governo statunitense per l’esportazione delle merci dai paradisi fiscali.
    L’applicazione di queste misure non è stata sospesa nonostante la promessa del Congresso americano di approvare nelle prossime settimane una legge sull’abolizione delle preferenze, e neanche in seguito all’incontro iniziatosi il 1 marzo tra i rappresentanti di 3 Paesi dirigenti dell’UE con i loro colleghi dell’amministrazione USA. L’unica questione commerciale sulla quale le parti si sono messe ufficialmente d’accordo è quella dei cambi valutari. Entrambe le parti sono a favore di un dollaro forte.
    Le sanzioni toccano centinaia di articoli: dagli ananas e gioelli ai programmi della Microsoft e ai prodotti della Boeing. L’imminente cambiamento della legislazione americana non comporterà un’abolizione automatica delle sanzioni europee. Secondo quanto ha detto Pascal Lamis, commissario europeo (ministro) per il commercio, l’UE, insieme agli esperti del WTO, “solo dopo aver esaminato attentamente la nuova legge, deciderà quanto opportuna potrebbe essere l’abolizione delle sanzioni”.
    Gli organismi doganali dell’UE quindi introducono un nuovo dazio del 5% su di una vasta gamma di merci prodotte negli USA; ogni mese, finché gli USA non aboliranno le sovvenzioni all’ export, tali dazi aumenteranno dell’ 1%. L’ammontare dei dazi penalizzati, in questo modo, potrebbe totalizzare 4 miliardi di dollari, una cifra uguale al volume delle sovvenzioni concesse dal Governo americano ai proprii esportatori. Il dazio sul miele, in particolare, aumenterà dal 17,3% al 22,3%, mentre il dazio sui pattini a rotelle crescerà dal 2,7% al 7,7%.
    L’ultimatum è semplice: l’UE smetterà di aumentare i dazi solo quando la perdita derivante dalla loro applicazione raggiungerà per gli USA $666 milioni all’anno. L’UE ha intenzione di ottenere l’abolizione di una serie di misure, mirate al sovvenzionamento delle esportazioni, approvate dal Congresso americano e riconosciute illegittime dal WTO nel 2002.
    John Disharon, il vicepresidente della Camera di Commercio statunitense presso l’UE, rileva che si tratta di “un giorno triste per i rapporti commerciali tra gli USA e l’UE”. “Nessuno vuole sanzioni, e queste misure non fanno che aggravare ancora di più il clima negativo”, ha constatato il sig. Disharon.
    “Abbiamo pazientato per molto tempo, ma ora non abbiamo più alternative e non possiamo fare a meno delle sanzioni”, dice Pascal Lamis, membro della Commissione Europea, reponsabile per il commercio. “Se vogliamo analizzare il comportamento della Commissione Europea, è facile vedere che la decisione dell’introduzione delle sanzioni era stata rinviata diverse volte, e che c’erano parecchie possibilità di compromesso”.
    Va ricordato di che cosa si tratta. Dal 1984, negli USA è in vigore la legge sulle compagnie impegnate nelle esportazioni (Foreign Sales Corporation Act), in conformità alla quale le società americane hanno il diritto di trasferire i ricavi ottenuti dalle vendite delle merci sui mercati esteri, sui conti di aziende appositamente create nei paradisi fiscali (tali aziende sono appunto denominate “compagnie impegnate nelle esportazioni”), e non pagare quindi le tasse statunitensi. L’Unione Europea da tempo presentava reclami al WTO sul commercio disonesto, facendo notare che le tasse ridotte per gli esportatori sono in realtà una sovvenzione occulta all’esportazione, vietata direttamente dalle norme dell’Organizzazione: gli americani, sul mercato europeo, ottengono un vantaggio di prezzo, nei confronti dei produttori locali. Nel 2000 il WTO aveva sollecitato gli USA di cambiare la legge. Il Congresso aveva modificato la legge, ma secondo l’Unione Europea anche così modificata essa permetteva agli esportatori di pagare tasse ridotte. Nel 2001 il WTO aveva esaminato di nuovo il caso, ed ha sentenziato un’altra volta a favore dell’Unione Europea. Gli americani erano ricorsi in appello, affermando di non fare che consentire agli esportatori di evitare una doppia imposizione, visto che pagano le tasse presso paradisi fiscali. Ma il WTO non aveva dato retta e nel gennaio del 2002 l’Organizzazione ha emesso un verdetto definitivo: le leggi fiscali statunitensi ne contraddicono le norme, e l’Unione Europea, per eliminare i vantaggi competitivi delle merci americane, ha il diritto di imporre sanzioni supplementari di 4 miliardi di USD all’anno.
    Da allora, l’Unione Europea dimostrava in tutti i modi di poter anche sospendere l’applicazione dei nuovi dati, qualora gli USA avessero manifestato una certa malleabilità (evidentemente, non solo negli affari fiscali, ma anche nelle numerose vertenze euro-americane per il commercio estero).
    Le parti intanto continuano altre discussioni sul commercio estero. Il 27 febbraio il signor Lamis ha espresso delusione per il fatto che gli USA avevano sospeso le importazioni dei prodotti francesi di carne e di pollame (comprese le leccornie come il foie gras), affermando che le condizioni sanitarie dalla loro produzione fossero poco affidabili. Le autorità americane hanno precisato peraltro che tale mossa non è legata in nessun modo con il fatto che l’Unione Europea a sua volta aveva sospeso le importazioni del pollame e delle uova americane, per l’influenza dei polli verificatasi in Texas).
    Per i cittadini russi, tradizionalmente preoccupati del tasso di cambio euro/dollaro, è particolarmente interessante la discussione euro-americana sulle questioni valutarie e commerciali. Il 27 febbraio, il cancelliere tedesco Gerhard Schroeder, secondo il quale l’euro caro impedirebbe troppo l’export della Germania, mentre il dollaro debole incentiverebbe troppo l’export degli USA, è stato a Washington. E dopo l’incontro con George Bush, Schroeder ha affermato che il Presidente l’aveva capito e rassicurato: “politicamente è interessato al dollaro forte e non debole”. Sotto questo aspetto quindi, almeno ufficilmente, l’Europa e l’America sono riuscite a raggiungere un accordo.

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