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Numero 4(84)
L’arte che dà sul Cremlino

    Nel Museo Storico, vicino alle mura del Cremlino, si è aperta la mostra «Moskva-Berlin / Berlin-Moskau. 1950-2000. Una visione moderna». L’anno scorso questa grande esposizione è stata presentata a Berlino, presso la “Martin Groppius Bau”, ed è stata criticata abbondantemente. Ora è a Mosca.
    Le mostre come questa, con nomi transnazionali del genere, pretendono al solito di abbracciare tutto e hanno uno status statale. “Mosca-Berlino” fa parte di questa schiera: a detta degli organizzatori sono stati sostenuti “dal vertice”. La mostra ha un budget impressionante: la parte tedesca ha speso 5-5,5 milioni di euro, la parte russa, 3-3,1 milioni di euro.
    I curatori tedeschi e i loro colleghi russi non hanno voluto costruire l’esposizione secondo il criterio cronologico. Magari perché l’epoca indicata nel titolo della mostra scorreva molto diversamente da una e dall’altra parte al di là del muro di Berlino. Proprio il fenomeno di due mondi paralleli, separati dalla cortina di ferro, ha costretto gli organizzatori della mostra ad ampliare il dialogo visuale di Mosca e Berlino fino alla dicotomia Est-Ovest. L’esposizione comincia dall’opera di una pittrice jugoslava, Marina Abramovic, e dopo troviamo spesso nelle sale del Museo Storico, tra pezzi russi e tedeschi, le opere di autori americani, belgi, italiani, svedesi, dei Paesi balcanici.
    La struttura dello spazio espositivo è opera del concetto d’autore dei curatori, molto dicutibile e arbitrale. I curatori Jurgen Harten e Pavel Khoroscilov, con la partecipazione attiva di Ekaterina Degot e Viktor Misiano, hanno generato una mostra-action che esiste come un’opera d’arte autonoma.
    Vale la pena peraltro di visitare il Museo Storico per vederla, almeno perché a Mosca, da diversi angoli del mondo, sono venuti dei capolavori. Il Centro Pompidou di Parigi ha spedito la famosa installazione di Ilia Kabakov “L’uomo partito per lo spazio”, il collezionista americano Norton Dodge ha prestato alla mostra l’opera che non voleva lasciare andare mai, “Il progetto di un uomo solitario” di Viktor Pivovarov. Delle stelle occidentali sono presenti Josef Bojsa, Anselm Kiefer, Jorg Immendorf e altri, cui opere non sono mai state viste a Mosca.
    Si vede bene il cardine in base al quale era effettuata la scelta delle opere e la loro collocazione nelle sale. Il nome completo della mostra include una nota importante: la visione moderna. Proprio la visione moderna di Viktor Misiano ed Ekaterina Degot ha una tendenziosità così accentuata che ti metti a rispettare la loro fede nella sensatezza delle proprie dottrine teoriche. Per essi, la storia dell’arte russa è solo un insieme di presupposti dell’arte attuale moderna. La pittura dell’epoca sovietica risulta tutta filogovernativa, un’espressione del realismo socialista; alla pittura leale al regime, secondo il concetto dei curatori, è contrapposta l’arte nonconformista. E’ troppo evidente che si tratta di una visione molto semplicistica. L’arte viene politicizzata dopo tanti anni, mentre la sua qualità non è un criterio dell scelta. Un brutto quadro di Fedor Bogorodskij “Gloria agli eroi caduti” serve per sostenere il concetto, ed è presente alla mostra, nonostante che sia stato dipinto nel 1945. Non ci sono le pitture di Pavel Nikonov e Nikolaj Andronov, dato che non interessano i curatori, come non interessa loro l’astrattista Vladimir Andreenkov e parecchi altri: da essi non è possibile far derivare le stelle russe di oggi, come Oleg Kulik, Mamyscev-Monroe, e neppure Vinogradov e Dubossarskij.
    Il concettualismo russo invece è presentato in modo quasi esaiuriente. L’interpretazione artistica del tema sovietico più importante, quello di un vivere comunale, ha un effetto fortissimo sul pubblico, che può essere paragonato solo a quello che hanno le opere degli autori tedeschi, le quali trattano l’argomento della contestazione del 1968, delle “brigate rosse”, ecc. Il pathos filosofico, lirico, sociale si mescolano alla fine del Novecento: e allora le lattine di Dmitrij Prigov diventano una forma di vita, mentre il treno in un film di Olga Cernysciova, un’allegoria del cammino di vita.
    L’esposizione finisce con un panorama della Piazza Rossa e del Cremlino, che ha ormai stufato tutti, ufficiale e radicato nella mente. I curatori della mostra cercano di combattere tali clichés nel dimensionamento della storia recente, ma creano da soli dei clichés nuovi. Se la loro posizione continuerà a trovare il supporto “al vertice statale”, allora, chissà, forse tra cinquant’anni, la storia dell’arte russa del Novecento, apparirà come una strada dritta come una riga, da Malevich e Tatlin a Gutov, Kulik, Mizin e Sciaburov; senza particolari e diramazioni, con un’unica opposizione, quella del realismo socialista. Tutto sarà bello ed evidente, come sulla Piazza Rossa.

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